L’ignoranza – Milan Kundera

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In questa breve permanenza nel mio paese natio, in Toscana, ho avuto modo di osservare e riflettere quanto siano cambiati i luoghi, le persone, e tutto ciò che associavo a questa terra, compresa me stessa.

Appena superate due curve dopo l’uscita della Firenze-Siena, ci si ritrova immersi in quel pittoresco Chianti che tutti vediamo nelle pubblicità del turismo Toscano.

Colline ampie e dolci, uliveti e vitigni che giocano con i colori caldi come marrone e giallo, accostati a tutta la scala cromatica del verde. Uno spruzzo di casolari qui e là.

Come racconto alle mie nane, ho percorso queste curve migliaia di volte.

Si giunge a San Casciano in Val di Pesa, il mio paesello, dal quale sono partita oramai più di 10 anni fa. E se la piazza della stazione, non ospitava la ferrovia già quando ci abitavo io, ora sono pochi i negozi nei quali posso riconoscere i proprietari, o quantomeno i figli, dietro al bancone. Le strade hanno gli stessi nomi ma con viabilità sono diverse, molti miei compagni di scuola sono oramai lontani e tornano anche loro solo per stare vicino ai famigliari e ricordare la loro beata gioventù come in Amici Miei.

I primi anni a Como sono stati vissuti quasi come un esilio dalla mia terra. Avevo trovato l’Amore, ma lasciavo le mie radici.

Ricordo che ogni volta, ogni santissima volta, che ripartivo alla volta del Nord (e Como, è davvero al Nord del Nord Italia) piangevo in automobile come Bisio in Benvenuti al Sud. Poi la vita fa giri strani e inizi a sentirti a casa dove costruisci il tuo futuro. Mio marito e i miei splendidi figli hanno contribuito a farmi sentire accolta e a mio agio in una terra che non mi apparteneva.

Ho trovato nuovi posti dove condividere il sale con chi amo, ho conosciuto occhi che sono diventati i miei amici.

Tutto questo è accaduto con soli 400 km che dividevano i due luoghi principali del mio essere, senza guerre o regimi politici di mezzo, ne tantomeno lingue differenti con le quali comunicare.

Da giorni vago per la casa dei miei genitori, e la mia camera è diventata la camera degli ospiti. La camera di mio fratello lo studio. I quadri alle pareti sono gli stessi, ma io non sono più figlia, e loro sono nonni, non più genitori.

Nella libreria pesco un libro a caso, come spesso accade mi faccio guidare da un formicolio che mi pervade dietro la nuca nel momento in cui ho la copia giusta da leggere tra le mani. La copia giusta da leggere in quel determinato momento.

L’ignoranza di Milan Kundera (Adelphi, 2001), quale libro poteva essere più azzeccato per questi giorni? Un libro sulla nostalgia della madre patria, la mancanza che risiede in fondo alla nostra anima dei luoghi, dei profumi e delle abitudini che ci lasciamo alle spalle per cambiare vita.

Protagonisti cecoslovacchi che per scappare al Comunismo trovano rifugio in altri paesi Europei, e con la caduta del regime hanno sentito, non con pochi timori, il desiderio di tornare.

Kundera ci trasporta nel mondo degli esiliati, ci parla attraverso i loro occhi e anche tramite il punto di vista di chi invece non era partito, di chi era rimasto.

Per chi resta non c’è nostalgia, perché come ci spiega l’autore, per provare la mancanza di qualcuno o di qualcosa, bisogna vederla nella mente, immaginarla, raccontarla. E quello spetta a chi se ne va con una valigia piena di ricordi che tappezzeranno la sua nuova casa.

Ma se poi capita di tornare, cosa accade?

Le nostre aspettative saranno ripagate? I nostri ricordi saranno all’altezza del tempo presente, o viceversa?

No, per Kundera arriva la schiacciante sorpresa di scoprirsi diversi da quelli che ci ricordavamo, tanto che il suo protagonista non si riconosce nelle pagine del diario giovanile ritrovato, provando addirittura disgusto per quello che è stato.

Esiliati che ritornano. Che di sentono estirpati da ciò che erano, che rivedono persone che nemmeno li riconosceranno, e soprattutto, che non sono interessate a sapere come sia stato il loro viaggio, ne tantomeno conoscere chi sono divenuti.

L’ignoranza.

L’ignorare, il non conoscere e il non interessarsi dell’essere umano.

Come in ogni libro di Milan Kundera sono più le domande che restano, che le risposte trovate.

Un romanzo breve, un piccolo capolavoro.

Io continuo il mio viaggio, assieme a 6 piccoli occhi che guardano con stupore le mie strade e i miei sassi.

Entro nella libreria, quella di sempre, quella che grazie al cielo non è cambiata. E la trovo ancora più bella di quando sono partita.

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