Il nome della madre – Roberto Camurri

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Ci sono libri in cui cerchiamo di ritrovarci, libri che cercano di insegnare qualcosa, e poi ci sono romanzi che parlano di vite distanti dalle nostre, che ti aprono la visuale su tematiche che non hai vissuto. L’unica cosa che puoi fare, è tuffarti dentro a questo mare inesplorato, fidandoti dell’autore.

Il nome della madre di Roberto Camurri (NNE, 2020) è un romanzo breve che tratta un tema delicatissimo come quello dell’abbandono materno.

Lo fa magistralmente, facendo parlare tutti i personaggi implicati in questo tragico evento, un marito senza moglie, un figlio senza madre, genitori senza figlia. Il libro si articola in maniera disinvolta nella vita del piccolo Pietro, che cresce con questa grande assenza che percepisce, che lo fa arrabbiare, che però non riuscirà mai a comprendere fino in fondo.

La sua famiglia gli è accanto, non lo abbandona, ma i silenzi sui quali fondano le loro esistenze non permetteranno di dargli le risposte che cerca.

Siamo a Fabbrico, un paesino emiliano già teatro del romanzo d’esordio di Camurri ( A misura d’uomo, NNE,2018), un paese dell’Italia semplice e concreta, senza fronzoli. Tra campi da arare e routine fatte di lavoro e sudore, dove i bambini se si fanno male non piangono ma hanno paura di essere sgridati.

Ritroviamo alcuni personaggi del primo romanzo, tra cui Anela da piccola e la barista Bice, potremo risentire gli stessi odori pungenti del ferro, dell’erba bagnata e della polvere.

Pietro che sarà costretto ad un esistenza senza madre diventerà dapprima un ragazzo, con tutte le sue insicurezze, gli ormoni e le pulsioni inspiegabili dettate dall’età.

Il sano distacco generazionale che solitamente c’è nelle famiglie alle prese con un figlio adolescente, in questo romanzo diventa un solco troppo profondo, dove non si trova né il coraggio di comunicare né tantomeno la voglia di andare a fondo alle vicende. Più volte Camurri infatti ci trascrive i pensieri ambivalenti del protagonista, che vorrebbe sapere ma allo stesso tempo vuole tapparsi le orecchie, vorrebbe restare ma allo stesso tempo disintegrare tutto ciò che lo circonda.

Capitolo dopo capitolo Pietro diventerà uomo, e accanto a lui ci sarà Miriam, la donna che ama, o forse la donna che è rimasta al suo fianco. La rabbia sopita negli anni è pronta ad esplodere, e lo farà sparando su chi nemmeno ha le colpe del tanto dolore accumulato.

Non è un romanzo politically correct, in più punti ho sentito la pelle accapponarmisi. Ma da sempre sono convinta che non bisogna leggere solo ciò che ci compiace, bisogna immergersi nei drammi, comprendere le pulsioni umane, quelle non raccontabili, nemmeno ad un tavolino di un Bar.

Leggendo questo libro vi troverete davanti alle paure, all’angoscia, all’alcol, alle bugie, alla polvere che ricopre le mani e i cuori di molti.

Non vi potrete annoiare davanti ad una trama che si svela piano piano, regalando quei dubbi che ad un lettore fanno sempre piacere. Il non sapere cosa accadrà, o il perchè sia successo.

Alcune risposte le darete voi stessi assieme alla vostra coscienza.

Una scenografia impeccabile accompagnerà la storia di Pietro regalando immagini che perdureranno nella memoria, come il cane catturato sotto una cesta da un bambino impaurito, o come un coito di vendetta che non servirà a lenire alcun dolore.

Come ogni libro NNE letto, questo romanzo è un viaggio in prima classe nella vita reale.

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