Essere senza destino – Imre Kertész

#consiglidilettura

Buongiorno lettori,

oggi vorrei portarvi in un mondo che dovremmo tutti conoscere, ma che dopo alcune recenti conversazioni riguardanti atti di cronaca, mi sono resa conto che deve essere ancora e per sempre riportato alla luce.

Non si tratta di politica, ma di storia.

Tutti i lettori sicuramente conoscono il Diario di Anna Frank o Se questo è un uomo di Primo Levi.

Ma oggi vorrei parlarvi di un altro splendido capolavoro che racconta l’olocausto, Essere senza destino (Feltrinelli,1999), romanzo del premio nobel per la letteratura nel 2002, Imre Kertész.

“non potevano dirmi semplicemente che era un errore, un incidente, una specie di sbandata o magari che non era affatto accaduto”

Cito una frase presente nelle ultime pagine del romanzo, dove il protagonista, l’adolescente Gyurka, scampato al campo di concentramento, tornato a casa si trova davanti un muro fatto di paura e ignoranza.

Ignorante , dal lat. ignorans –antis, colui che non è a conoscenza dei fatti.

Un popolo che non sapeva cosa fosse accaduto, che non credeva alle parole del ragazzo, o che era partecipe di quegli orrori, ma volutamente si voltava dall’altra parte. Mi chiedo come oggi, nel 2017 ci siano ancora dubbi su ciò che è accaduto all’umanità durante la seconda guerra mondiale.

Il romanzo è un pugno nello stomaco che l’autore ci regala senza illusioni.

Un libro autobiografico, infatti Kertész fu deportato ad Auschwitz a 15 anni, proprio come il suo giovane protagonista Gyurka.

Attraverso gli occhi di Gyurka, con una scrittura in prima persona, lo scrittore vuole raccontarci i campi di concentramento visti dalla prospettiva di un bambino. Un essere umano privato del suo destino.

Un bimbo che vive la sua quotidianeità in Ungheria, con una famiglia già abbastanza disastrata, e non fa molto caso alla stella che porta al braccio, almeno fino a quando non lo fanno scendere da un autobus che lo stava portando a lavoro. Stavano cercando solo quelli “marchiati”, e come animali sono stati stipati sul treno blindato diretto in quella città che nessuno conosceva, Auschwitz.

Qui inizia la selezione, che poteva durare fino a 20 minuti per detenuto. Se sei “buono” vai avanti, sennò diretto nelle camere a gas. Gyurka si lascia guidare da un flusso ben prestabilito. Dove l’umanità si riesce ad intravedere solo grazie ad alcune frasi di chi è già da tempo in quei luoghi.

Il viaggio verso Buchenwald, per poi approdare a Zeitz, un piccolo campo di concentramento.

Le regole sono severe, ineluttabili, ma fanno parte del ciclo circadiano dei prigionieri. Tutto sembra naturale, tanto che nessuno gli spiegò che la cena era il pane che gli avevano consegnato al mattino, che lui ovviamente aveva già finito.

Si guarda con circospezione chi tenta una minima reazione a quell’orrore, non chi a testa bassa ubbidisce.

Un particolartà più volte sottolineata dall’autore è quel senso di incoscienza, quella cieca accettazione degli eventi, senza capire a pieno cosa stesse accadendo. Non c’era né tempo né le forze per soffermarsi a riflettere. Passo dopo passo si va avanti, si perde anche l’istinto di sopravvivenza.

L’unica parte che davvero interessa dei detenuti è il corpo, straziato e ridotto all’osso, privo di forze.

La scansione del tempo benché sia scorrevole, si sofferma sui dettagli, proprio come farebbe un bambino, che racconta tutto quello che vede.

Gyurka ebbe la fortuna di ricevere un trattamento meno disumano dagli infermieri del campo quando un ginocchio lo aveva quasi abbandonato.

Ma la lotta per il bambino non è finita, anche quando torna a casa dovrà lottare per far capire che non era naturale quello che aveva vissuto.

Lo stesso Kertész ha impiegato ben 13 anni per poter finire il libro, come ha dichiarato infatti, non aveva voce quando uscì da Auschwitz . Poi il regime totalitario in Ungheria quando tornò nel ’48 lo spinse a reprimere più che a condividere. Quando il librò uscì nel 1975 fu messo al bando.

Solo con la caduta del muro di Berlino l’autore trovò spazio per la sua immensa opera, sia in patria che all’estero.

27 anni dopo la pubblicazione di Essere senza destino, Imre Kertész vinse il premio nobel per la letteratura, famosa la frase della commissione che premiò “la fragile esperienza dell’individuo contro la barbarica arbitrarietà della storia“.

L’autore ci vuole insegnare che il male non è estemporaneo, non è una cosa straordinaria. Il male è stato, c’è e ci sarà. E l’unico modo per combatterlo è accettarlo e conoscerlo.

E’ nostro compito non dimenticare.

Libro adatto a tutti gli esseri pensanti dai 14 anni in su.

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