L’arminuta – Donatella Di Pietrantonio

#consiglidilettura

Oggi vorrei parlarvi di L’arminuta (Einaudi, 2017) di Donatella Di Pietrantonio, vincitrice del premio Campiello 2017, selezione giuria dei letterati.

Io sono per metà abbruzzese e conoscevo questa scrittrice per il libro Bella mia (Elliot edizioni, 2013) con il quale vinse il Premio Brancati nel 2014, dove l’attaccamento dell’autrice al suo territorio già mi aveva conquistata.

Ma come abbiamo già appurato, il percorso di uno scrittore non è mai statico, e dal mio punto di vista la Di Pietrantonio con L’arminuta si è superata.

Stiamo parlando di un romanzo che racconta una parte della vita dell’arminuta, che in abbruzzese significa “quella che è tornata”.

Una parentesi che inizia quando l’arminuta è alla soglia dell’adolescenza, ma ancora una bambina, e in pochi giorni scopre che la famiglia medio borghese che l’ha cresciuta negli agi non è la sua famiglia d’origine.

L’arminuta è cresciuta in una città di mare di cui la scrittrice non svela mai il nome, una vita che a noi sembra normale, fatta di scuola, danza, nuoto, il mare d’estate, e in tavola tanto pesce fresco.

Il libro inizia con uno strappo, una violenza inaudita. Il padre che fino ad allora l’ha cresciuta la lascia a casa dei suoi “veri” genitori.

L’arminuta, spaesata e spaventata viene letteralmente scaraventata con forza da parte del suo “fino ad allora padre”, in un paesino a circa 50 km dalla città, con parenti che non ha mai conosciuto e che vivono nella miseria.

“Tu non l’hai mai conosciuta la miseria, la miseria è più della fame.”

Si scopre che l’arminuta era stata data via a dei parenti prossimi quando ancora era una neonata, perché la famiglia d’origine non poteva mantenerla, e dopo varie pressioni la madre naturale decise che la cosa migliore da fare fosse darla via.

Ma perché ora la stanno riportando indietro? Perché l’arminuta viene sballottata come un pacco postale tra le due famiglie?

Una contrapposizione forte tra i due nuclei familiari, a partire dal modo di parlare, difatti la sua famiglia d’origine parla in dialetto, non in italiano corretto. In casa sono in tanti, troppi, tanto che i figli di età molto diverse dormono tutti stipati in una piccola stanza. Lei inizialmente dovrà condividere anche lo stesso materasso con la “nuova” sorella Adriana, che sistematicamente lo bagna di pipì.

I figli lottano per il cibo a tavola, dove la carne è un miraggio, e guai a far cadere per terra un pomodoro per la salsa, non si deve sprecare nulla, nemmeno le frattaglie chieste al macellaio per un cane inesistente.

Niente più danza, nuoto e pesce fresco. E quello che per la ragazza,e per noi, era la normalità, le viene privato senza uno straccio di spiegazione.

Tutto il romanzo si incentra sul perché questa bambina sia dovuta tornare alla sua famiglia di origine, e la risposta si articola pagina dopo pagina sulle note dello stato d’animo della ragazza. La madre con cui era cresciuta era ferma a letto quando lei è andata via. “Sarà morta? Le avrò fatto qualcosa di male?” L’arminuta è a tratti arrabbiata e furibonda, in altri momenti spaventata, talvolta inerte davanti alla scelta degli adulti che la tengono ben lontana dalla verità.

Il racconto prende il lettore alle viscere con un tema molto caro alla scrittrice, quello del rapporto madre/figlia. Un rapporto insoluto, pieno di rimorsi e rimpianti.

La particolarità del romanzo a mio avviso è la realtà che traspira, oltre a dettagli visivi difficili da scordare infatti, Di Pietrantonio inserisce come un’artista anche il senso dell’olfatto. Il miasma della pipì di Adriana, i profumi della cucina della madre che l’ha cresciuta in contrapposizione con l’odore di bollito della sua casa d’origine, puzza di gomme bruciate quando il padre la lascia sul marciapiede e se ne va.

Tutto questo realismo porta ad immedesimarsi nella vita della protagonista.

Con i suoi occhi vediamo i suoi nuovi fratelli come mine vaganti ma che con una naturalezza non richiesta accompagnano l’arminuta nella sua nuova vita, proteggendola “almeno lei” da tutta la povertà e ignoranza che li circonda.

La sorella Adriana è un personaggio forte e impavido, che insegnerà a l’arminuta a sopravvivere, mentre la professoressa Perilli aprirà un’ala protettiva per spingerla a continuare negli studi dove l’arminuta è da sempre bravissima.

Le due madri, fortemente diverse, traspirano affetto nei confronti della ragazza, ma probabilmente hanno tenuto troppo nascosto negli anni questo sentimento per poter dire con certezza che l’arminuta sia stata amata davvero, come una figlia dovrebbe essere amata.

Fin da bambina l’arminuta subisce passivamente le scelte degli adulti, che spinti dal senso di colpa, cercheranno di rimediare i danni fatti. Tutti cercano di darle una mano, per restituirle almeno un destino migliore di quello che le stavano dando.

Un libro che si legge in poche ore da quanto è scorrevole, ma che consiglio di leggere piano e attentamente, perché la Di Pietrantonio nasconde poesia nelle sue frasi.

Consigliato ad un pubblico dai 35 anni in su, sia per figli che per genitori, per chi vuole analizzare il tema genitoriale in chiave romanzata.

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