La fidanzata automatica – Maurizio Ferraris

Sono da sempre una grande appassionata di arte ed estetica e provo un po’ di rammarico quando oltre all’effettiva difficoltà nell’avvicinare le persone ai libri, mi scontro anche con quella di avvicinarle all’arte.

Perché se può risultare difficile per me comprendere come possa essere “faticoso” o peggio, un “rubare tempo” sfogliare un libro, mi è impossibile concepire come si possa essere riluttanti nei confronti dell’arte.

Così oggi, con licenza parlando, prendo due piccioni con una fava, unendo libri e arte, vi parlerò del saggio sull’estetica di Maurizio Ferraris, La fidanzata automatica (Bompiani, 2007).

Il titolo deriva da un dilemma che si era posto il filosofo americano William James agli inizi del ‘900:

“Pensai a ciò che chiamai una ‘fidanzata automatica’, intendendo con ciò un corpo privo di anima assolutamente indistinguibile da una fanciulla spiritualmente animata, che ride, parla, arrossisce, ci cura… Potrebbe qualcuno considerarla come un perfetto equivalente? Certamente no”.

Ferraris paragona le fidanzate automatiche alle opere d’arte, ed espone la sua teoria argomentando sei tesi.

  • L’arte è la classe delle opere. Ferraris spiega come come secondo lui oggetti comuni, solo in alcune circostanze, possono essere chiamate opere d’arte e come altri oggetti anche se belli, come ad esempio un’auto di lusso, non vengano considerate arte. Sottolineache sarebbe corretta una distinzione tra ready made fatti da oggetti brutti (Fountain di Duchamp), e ready made fatti da oggetti belli (come la Brillo box di Warhol), anche se questa discriminazione, “comprometterebbe la teoria del ready made”. Ferraris cita Nietzche secondo cui non esistono fatti ma solo interpretazioni, per parlarci di come secondo lui l’opera d’arte non possa sottostare a tale affermazione relativista. Non tutto può essere un’opera d’arte.
  • Le opere d’arte sono primariamente oggetti fisici, cioè occupano un posto nello spazio e nel tempo e si percepiscono attraverso i sensi. Il filosofo appura che una sinfonia, un teorema o un numero non possono essere opere d’arte. Sono oggetti tangibili, sono cose. Ed hanno delle proprietà essenziali imprescindibili : la sensibilità, la manipolabilità, l’ordinarietà e la relazionalità.
  • Le opere sono oggetti sociali. In questa tesi si fa la distinzione tra cose che non hanno un uso sociale, che non hanno uno scopo e le opere d’arte, che sono necessariamente inserite in un contesto sociale ma che non devono essere trasformate in opere grazie al passaggio attraverso le istituzioni.
  • Le opere d’arte provocano accidentalmente conoscenza. Cito la bellissima distinzione tra saggio e romanzo, dove il fine del primo è la conoscenza, quella del secondo no. Ma se lo scrittore comunque è un pozzo di sapienza, anche da un suo romanzo qualcosa impareremo. Proprio come accade con un’opera d’arte, questa infatti deve dire qualcosa, deve essere anche istruttiva.
  • Le opere d’arte suscitano necessariamente sentimenti. Caposaldo per Ferraris è che le opere d’arte trasmettano un sentimento. Non necessariamente provato dal pittore, ma deve suscitare un’emozione al fruitore dell’opera.
  • Le opere d’arte fingono di essere persone. Sono come fidanzate automatiche. Perché?

“Nelle opere, come nella Fidanzata automatica,abbiamo a che fare con oggetti fisici che sono anche oggetti sociali, e che tuttavia – diversamente da tanti altri oggetti fisici che sono anche oggetti sociali, per esempio i biglietti del tram – suscitano sentimenti, esattamente come fanno le persone quando le consideriamo come tali e non come semplici funzioni; tranne che, diversamente dalle persone, non pretendono né offrono reciprocità di sorta.”

Dunque l’arte è fruibile da tutti? E’ democratica o è per pochi eletti?

Personalmente penso che ci sia bisogno del normativismo di Ferraris, che dà regole per creare una logica nell’interpretazione delle opere d’arte.

Il filosofo cerca di abolire i dettami relativisti per cui tutto può essere arte e tutto è concesso.

L’arte “dovrebbe” essere per tutti, e quindi comprensibile ai più, non solo ai critici o agli artisti stessi.

Un senso estetico “medio” potrebbe aiutare le persone ad avvicinarsi all’arte, e chissà, magari anche ad amarla.

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